Era lógico. El encabezamiento del informe aseveraba de la confidencialidad del mismo.
En la segunda página lo reforzaba: “Estrictanente confidencial”, decía. Y debajo, el nombre de la persona que había sido objeto de la investigación:
- Juan Carlos de Vicente.
“Al fin y efecto –empezaba así- de cumplimentar la petición de nuestro cliente, D. Raúl Jiménez, en relación a la persona cuyo nombre y apellido figuran en el encabezamiento y con el fin de conocer su situación económica y otros puntos de interés, se han llevado a cabo las oportunas investigaciones y controles que pasamos a exponer.
Hechos
Ante la posibilidad de que alguien pudiera estar aprovechándose del estado de salud de D. Juan Carlos de Vicente, iniciamos una serie de investigaciones.
En primer lugar efectuamos diversas gestiones para conocer la filiación de la persona que que parecía gestionar las actividades del citado, una mujer de la que sólo conocíamos su nombre (María) y su teléfono móvil.
Posteriormente procedimos a investigar el patrimonio actual de D. Juan Carlos de Vicente y de su empleada.
PRIMERA PARTE
CONTROLES E INVESTIGACIONES
Desde el miércoles (el informe daba una primera fecha) hasta el lunes (y aquí aparecía otra, unas cinco semanas después de la primera), realizamos diversos controles de la finca situada en (y aquí la dirección concreta de Juan Carlos de Vicente).
(Cuatro fotos, cuya oscuridad hacía invisible su contenido, demostraban por lo visto que dicha acción se había realizado.)
Los primeros día (sic) observamos que por la mañana no había casi movimiento, salvo el investigado, que salía acompañado a bordo de un vehículo (aquí una marca de automóviles alemana de gama alta), de color negro, matrícula (la que correspondía) y que regresaba al cabo de pocas de horas.
martes, 13 de septiembre de 2011
lunes, 12 de septiembre de 2011
Intercambio de solsticios (234)
Bilbao, 21 de octubre de 2003.
Querida Lorsen:
Te escribo justo el día antes de mi partida hacia Milán-Florencia.
He recibido, por fin, la carta que esperaba de Bona Baraldi. Está fechada en julio y metida en otro sobre más amplio. Dentro de ella había una pequeña flor que el paso del tiempo ha convertido en una cosa gris. La conservo, de todas formas.
Es uno de los textos más bonitos y sentidos que he leído sobre tu partida. Te la leo:
Campomaggio 16 Luglio 2003-10-21
Fernando carissimo
Che dolore!
Ho ricevuto oggi la tua lettera.
Che dolore!
I pensieri, i ricordi, i progetti mi si affollano nella testa: non riesco a fare l’ordine sufficiente per potermi esprimere.
Sento forte il dolore.
Scusami se saró confusa, ma voglio que presto ti giungano notizie da quest’angolo di terra, da questa amica que tanto amava Lorsen e que vuole compartire con te, dolce Jorge, il dolore, lo sgomento.
In Novembre, proprio in Novembre, era riuscita ad avere il mio numero di telefono attraverso mio fratello Marco. Aveva dovuto tentare tante volte prima di trovarme, voleva scusarsi per essere dovuta scappare via cosi all’improviso a causa di Vicky e invitarmi a passare cualche giorno a Bilbao per Pasqua. Poiché per me non era facile programmare a cosi lunga scadenza le dissi che dovevamo sentirsi di nuovo più avanti nel tempo ma che mi sarebbe piachuto molto anche perché non aveva ancora visitato il Guggenheim e lo avrei fatto volontieri con lei. Le dissi anche che avrei voluto che veniste qui a Natale, anche se io non potevo ospitarvi, ho un’amica qui vicino che fa agroturismo e que vi avrebbe potuto fare un prezzo speciale: ma mi rispose que avevate altri progetti e, col suo solito spirito, concluse la telefonata dicendo que si non fossi venuta a Bilbao, avrebbe certamente invitato mio fratello che ormai conosceva benissimo per averlo chiamato piu volte al telefono quel giorno. Ridemmo insieme.
Non l’ho piu sentita.
La distanza in chilometri che si separava svaniva come una bolla di savone: le nostre vite cosi diverse si erano arriconchite vicendevolmente. Ma questo non cambia. Questo resta. Vero Jorge. E’ partita ma non sera troppo lontana dai cuori che hanno amato le sue passioni ed i suoi dolori cosi profondi, cosi strazianti.
Ora ha finalmente pace, ora risposa si.
Ti manquera tanto lo so ma ti consoli saperla quieta e ti resti l’immagine dell’ Lorsen que tu hai conosciuto tanto tempo fa, quelle’Lorsen che a vedutto in un ritratto insieme a te nel giorno del vostro matrimonio: bellisima e fellice.
Il dolore si e calmato.
Ho potuto telefonare a Brunella (mia sorella) per darle la notizia cosi anche lei e suo marito Luciano e suo figlio Federico ed i miei figli Giacomo e Tommaso e tutti coloro che la conoscevano di persona o anche solo attraverso di me, vogliono stringersi con affetto al tuo cuore e manifestarti il loro sconforto e farti le loro condoglianze.
Vorrei que anche il padre di Lorsen sapersse che gli sono vicina nel dolore e vorrei dire a tua madre que ti coccoli dondolandosi tenendoti streto al seno. E Pilar? Si é resa conto que la mamma non va trovarla? Spero di no, ma temo di si. Sventurata creatura. Il vostro infinito amore l’ha salvata. Jorge FORZA! Devi donare amore per due, ce la farai! Porta ad Pilar un bacio da parte mia, dile che la ricordo e ché la voglio bene.
Ora ti lascio non sensa darti indirizzo e numeri e tuto quello che occorre per essere rintraciatta in qualunque momento.
Se hai bisogno di me io ci sono: aspetto tue notizie.
Debo decir que he llorado cuando llegaba a la parte de Pilar.
Ayer mismo hablé con ella. no fue sino una conversación muy breve. Nos veremos en Florencia. Espero que lo pueda soportar bien. Pero lo que tengo muy claro es que recorreré todos los caminos que anduvimos juntos, si es necesario. En este sentido, siempre recuerdo a mi abuela Pilar, pasados los años, ella pensaba que debía haber vuelto a Arrechea sin el abuelo Guillermo. Yo no quiero clausurar los lugares que fueron nuestros, aunque en cada uno de ellos el corazón me quede suspendido de un hilo, a punto de la tristeza final.
Un beso, guapa. Es seguro que tu recuerdo aparecerá muy vivo en las calles de esa ciudad que también fuera nuestra un día.
Querida Lorsen:
Te escribo justo el día antes de mi partida hacia Milán-Florencia.
He recibido, por fin, la carta que esperaba de Bona Baraldi. Está fechada en julio y metida en otro sobre más amplio. Dentro de ella había una pequeña flor que el paso del tiempo ha convertido en una cosa gris. La conservo, de todas formas.
Es uno de los textos más bonitos y sentidos que he leído sobre tu partida. Te la leo:
Campomaggio 16 Luglio 2003-10-21
Fernando carissimo
Che dolore!
Ho ricevuto oggi la tua lettera.
Che dolore!
I pensieri, i ricordi, i progetti mi si affollano nella testa: non riesco a fare l’ordine sufficiente per potermi esprimere.
Sento forte il dolore.
Scusami se saró confusa, ma voglio que presto ti giungano notizie da quest’angolo di terra, da questa amica que tanto amava Lorsen e que vuole compartire con te, dolce Jorge, il dolore, lo sgomento.
In Novembre, proprio in Novembre, era riuscita ad avere il mio numero di telefono attraverso mio fratello Marco. Aveva dovuto tentare tante volte prima di trovarme, voleva scusarsi per essere dovuta scappare via cosi all’improviso a causa di Vicky e invitarmi a passare cualche giorno a Bilbao per Pasqua. Poiché per me non era facile programmare a cosi lunga scadenza le dissi che dovevamo sentirsi di nuovo più avanti nel tempo ma che mi sarebbe piachuto molto anche perché non aveva ancora visitato il Guggenheim e lo avrei fatto volontieri con lei. Le dissi anche che avrei voluto che veniste qui a Natale, anche se io non potevo ospitarvi, ho un’amica qui vicino che fa agroturismo e que vi avrebbe potuto fare un prezzo speciale: ma mi rispose que avevate altri progetti e, col suo solito spirito, concluse la telefonata dicendo que si non fossi venuta a Bilbao, avrebbe certamente invitato mio fratello che ormai conosceva benissimo per averlo chiamato piu volte al telefono quel giorno. Ridemmo insieme.
Non l’ho piu sentita.
La distanza in chilometri che si separava svaniva come una bolla di savone: le nostre vite cosi diverse si erano arriconchite vicendevolmente. Ma questo non cambia. Questo resta. Vero Jorge. E’ partita ma non sera troppo lontana dai cuori che hanno amato le sue passioni ed i suoi dolori cosi profondi, cosi strazianti.
Ora ha finalmente pace, ora risposa si.
Ti manquera tanto lo so ma ti consoli saperla quieta e ti resti l’immagine dell’ Lorsen que tu hai conosciuto tanto tempo fa, quelle’Lorsen che a vedutto in un ritratto insieme a te nel giorno del vostro matrimonio: bellisima e fellice.
Il dolore si e calmato.
Ho potuto telefonare a Brunella (mia sorella) per darle la notizia cosi anche lei e suo marito Luciano e suo figlio Federico ed i miei figli Giacomo e Tommaso e tutti coloro che la conoscevano di persona o anche solo attraverso di me, vogliono stringersi con affetto al tuo cuore e manifestarti il loro sconforto e farti le loro condoglianze.
Vorrei que anche il padre di Lorsen sapersse che gli sono vicina nel dolore e vorrei dire a tua madre que ti coccoli dondolandosi tenendoti streto al seno. E Pilar? Si é resa conto que la mamma non va trovarla? Spero di no, ma temo di si. Sventurata creatura. Il vostro infinito amore l’ha salvata. Jorge FORZA! Devi donare amore per due, ce la farai! Porta ad Pilar un bacio da parte mia, dile che la ricordo e ché la voglio bene.
Ora ti lascio non sensa darti indirizzo e numeri e tuto quello che occorre per essere rintraciatta in qualunque momento.
Se hai bisogno di me io ci sono: aspetto tue notizie.
Debo decir que he llorado cuando llegaba a la parte de Pilar.
Ayer mismo hablé con ella. no fue sino una conversación muy breve. Nos veremos en Florencia. Espero que lo pueda soportar bien. Pero lo que tengo muy claro es que recorreré todos los caminos que anduvimos juntos, si es necesario. En este sentido, siempre recuerdo a mi abuela Pilar, pasados los años, ella pensaba que debía haber vuelto a Arrechea sin el abuelo Guillermo. Yo no quiero clausurar los lugares que fueron nuestros, aunque en cada uno de ellos el corazón me quede suspendido de un hilo, a punto de la tristeza final.
Un beso, guapa. Es seguro que tu recuerdo aparecerá muy vivo en las calles de esa ciudad que también fuera nuestra un día.
jueves, 8 de septiembre de 2011
Intercambio de solsticios (233)
No se trataba de un cuarto de baño, de modo que los carceleros/torturadores iban acarreando cubos de plático rebosantes de agua, tan cargados que los chorros que se desprendían de estos marcaban una especie de camino.
Bachat contemplaba ese trabajo desde su incómoda y dolorida situación. En tanto que se protegía, a la vez, de su futuro inmediato y del desánimo psicológico que esa acción le podría reportar: casi mareado por su postura y por el castigo al que había sido sometido, el saharaui miraba la escena como si en ella se estuviera desarrollando una representación teatral de la que él sólo era un espectador.
La tarea duraría unos quince minutos; quizás más, quizás menos –el cálculo del paso del tiempo quedaba situado en otro plano para el jefe de la policia de Chamberí-. El jefe de la banda aquella comprobaría con minuciosidad el volumen de agua alojado en la bañera. Para eso, se remangaba las camisa e introducía el brazo en ella. Cuando la extrajo, Bachat pudo entrever –al menos eso le parecía- que la llevaba mojada hasta más allá del mismo codo.
Después hizo una seña a los otros carceleros –cuatro en total, en aquellos momentos- que contemplaban su actuación.
Entonces desaparecieron del plano, pero sus voces y movimientos advertían a Bachat de que seguían estando presentes en la misma sala.
Oyó un ruido de vidrio de vasos y botellas que se entrechocaban entre sí. Y pudo oler a alcochol: el fino olfato de musulmán abstinente había producido en él un particular institnto para la percepción de los vapores espirituosos a distancia.
Y se lo confirmarían las risotadas en que prorrumpían y la alegre camaradería que demostraban.
Bebían rápido y volvían a servirse… dos, tres, hasta cuatro veces.
No sabía cuánto tiempo duraría aquélla astracanada. Por fin sonaba la voz balbuciente por la bebida del jefe del clan:
- Bueno. ¿Ya tenéis suficiente?
- Sí, jefe –contestaron, con estridentes carcajadas.
- Pues ya sabéis…
Entonces volvieron a entrar en plano. Se pusieron de cara a la bañera, de modo que daban la espalda a Bachat.
Entre las voces de sus carceleros, parecía entreverse un extraño sonido como de surtidor proyectándose sobre una superficie de metal ya previamente anegada..
Las estruendosas voces de los torturadores no impidieron que Bachat se apercibiera de lo que estaban haciendo: una meada colectiva sobre el interior de la bañera.
Bachat no pudo evitar una profunda náusea que le hizo vomitar a unos escasos centímetros del suelo de losetas de plástico.
Bachat contemplaba ese trabajo desde su incómoda y dolorida situación. En tanto que se protegía, a la vez, de su futuro inmediato y del desánimo psicológico que esa acción le podría reportar: casi mareado por su postura y por el castigo al que había sido sometido, el saharaui miraba la escena como si en ella se estuviera desarrollando una representación teatral de la que él sólo era un espectador.
La tarea duraría unos quince minutos; quizás más, quizás menos –el cálculo del paso del tiempo quedaba situado en otro plano para el jefe de la policia de Chamberí-. El jefe de la banda aquella comprobaría con minuciosidad el volumen de agua alojado en la bañera. Para eso, se remangaba las camisa e introducía el brazo en ella. Cuando la extrajo, Bachat pudo entrever –al menos eso le parecía- que la llevaba mojada hasta más allá del mismo codo.
Después hizo una seña a los otros carceleros –cuatro en total, en aquellos momentos- que contemplaban su actuación.
Entonces desaparecieron del plano, pero sus voces y movimientos advertían a Bachat de que seguían estando presentes en la misma sala.
Oyó un ruido de vidrio de vasos y botellas que se entrechocaban entre sí. Y pudo oler a alcochol: el fino olfato de musulmán abstinente había producido en él un particular institnto para la percepción de los vapores espirituosos a distancia.
Y se lo confirmarían las risotadas en que prorrumpían y la alegre camaradería que demostraban.
Bebían rápido y volvían a servirse… dos, tres, hasta cuatro veces.
No sabía cuánto tiempo duraría aquélla astracanada. Por fin sonaba la voz balbuciente por la bebida del jefe del clan:
- Bueno. ¿Ya tenéis suficiente?
- Sí, jefe –contestaron, con estridentes carcajadas.
- Pues ya sabéis…
Entonces volvieron a entrar en plano. Se pusieron de cara a la bañera, de modo que daban la espalda a Bachat.
Entre las voces de sus carceleros, parecía entreverse un extraño sonido como de surtidor proyectándose sobre una superficie de metal ya previamente anegada..
Las estruendosas voces de los torturadores no impidieron que Bachat se apercibiera de lo que estaban haciendo: una meada colectiva sobre el interior de la bañera.
Bachat no pudo evitar una profunda náusea que le hizo vomitar a unos escasos centímetros del suelo de losetas de plástico.
miércoles, 7 de septiembre de 2011
Intercambio de solsticios (232)
- Querían otra cosa, al menos de momento –declaró Brassens.
- ¡Claro! ¡Querían que se investigara sobre la secretaria, sus idas y venidas… todo lo que se pudiera saber sobre ella. Y se lo dijeron así –explicó equis.
- Todavía no tenían necesidad de analizar otras cuestiones respecto de esa parte de su familia –señaló Jorge.
- Pues sí. Eso quedaría claro.
- ¿Entonces?
- Entonces, Nogales –el detective- pidió todos los datos que ellos tuvieran sobre esta señora. Pero los hermanos Jiménez sólo tenían su nombre, su nombre y su número de teléfono móvil. Poca cosa.
- ¿Y qué dijo el detective?
- Nada. Se supone que ese era su trabajo: investigar a las personas.
- Ya.
- Pero hubo algo más. Nogales les pidió discreción, que las cosas no salieran de ahí. En el fondo, lo que había planteado Leonardo a Raúl. Pero estos le indicaron que todavía había otra persona más que debía saberlo: Salvador de Vicente, porque tenían la necesidad de que al menos hubiera dos personas de las dos familias que lo supieran.
- ¿Y qué le pareció eso al detective?
- Lo comprendió. Para él, los hermanos Jiménez pretendían reducir el impacto de los honorarios que sus trabajos iban a suponer. Fue el momento en que Raúl le preguntó por el importe que él calculaba de sus emolumentos.
- ¿Qué contestó?
- Que todavía no sabía nada. que tendría que poner a gente a hacer guardia frente a la casa, detectives con coches. Y lo que hiciera falta para saber qué pasaba por ahí.
- Y ahí acabó todo…
- Por el momento. Días después Raúl llamaría a su hermano Leonardo: Nogales, el detective, quería saber algo más. Según él su tío no salía nunca de casa. Estaba extrañado.
- ¿No salía nunca?
- Salía, pero por otra puerta. La casa estaba prácticamente construida sobre una ladera y Juan Carlos de Vicente usaba la salida que daba a la cumbre del montículo para ir a misa, en una iglesia muy cercana a su casa. Y le dijo más.
- ¿Qué cosa?
- Que su secretaria disponía de un coche de gran cilindrada, un coche que para él no se acomodaba a sus ingresos.
- ¡Vaya!
- Así que te puedes imaginar que los hermanos Jiménez se alegraron mucho, en medio de todo. Parece que había un hilo del que tirar y que de ese hilo se podía sacar un ovillo.
- ¡Claro! ¡Querían que se investigara sobre la secretaria, sus idas y venidas… todo lo que se pudiera saber sobre ella. Y se lo dijeron así –explicó equis.
- Todavía no tenían necesidad de analizar otras cuestiones respecto de esa parte de su familia –señaló Jorge.
- Pues sí. Eso quedaría claro.
- ¿Entonces?
- Entonces, Nogales –el detective- pidió todos los datos que ellos tuvieran sobre esta señora. Pero los hermanos Jiménez sólo tenían su nombre, su nombre y su número de teléfono móvil. Poca cosa.
- ¿Y qué dijo el detective?
- Nada. Se supone que ese era su trabajo: investigar a las personas.
- Ya.
- Pero hubo algo más. Nogales les pidió discreción, que las cosas no salieran de ahí. En el fondo, lo que había planteado Leonardo a Raúl. Pero estos le indicaron que todavía había otra persona más que debía saberlo: Salvador de Vicente, porque tenían la necesidad de que al menos hubiera dos personas de las dos familias que lo supieran.
- ¿Y qué le pareció eso al detective?
- Lo comprendió. Para él, los hermanos Jiménez pretendían reducir el impacto de los honorarios que sus trabajos iban a suponer. Fue el momento en que Raúl le preguntó por el importe que él calculaba de sus emolumentos.
- ¿Qué contestó?
- Que todavía no sabía nada. que tendría que poner a gente a hacer guardia frente a la casa, detectives con coches. Y lo que hiciera falta para saber qué pasaba por ahí.
- Y ahí acabó todo…
- Por el momento. Días después Raúl llamaría a su hermano Leonardo: Nogales, el detective, quería saber algo más. Según él su tío no salía nunca de casa. Estaba extrañado.
- ¿No salía nunca?
- Salía, pero por otra puerta. La casa estaba prácticamente construida sobre una ladera y Juan Carlos de Vicente usaba la salida que daba a la cumbre del montículo para ir a misa, en una iglesia muy cercana a su casa. Y le dijo más.
- ¿Qué cosa?
- Que su secretaria disponía de un coche de gran cilindrada, un coche que para él no se acomodaba a sus ingresos.
- ¡Vaya!
- Así que te puedes imaginar que los hermanos Jiménez se alegraron mucho, en medio de todo. Parece que había un hilo del que tirar y que de ese hilo se podía sacar un ovillo.
martes, 6 de septiembre de 2011
Intercambio de solsticios (231)
Bilbao, 17 de octubre de 2003.
Querida Lorsen:
Como ya te he contado estoy terminando una de esas semanas malas. La decisión de asistir al concierto de Pablo Milanés me ha dejado curiosamente para el arrastre. Es verdad que, en ciertas ocasiones, la música opera unos efectos dramáticos sobre mí. Te lo dije, con ocasión de mi último viaje a Arrechea, con una canción de Neil Diamond. Y es verdad que ahora no pongo nunca música para leer o escribir. Pero no me imaginaba que todavía hoy las canciones que nos gustaban pudieran actuar como cuchillos.
Vuelvo entonces a André Gide, en la espera de que el próximo viaje a Florencia me permita recuperar el ánimo -¿será al contrario?, espero que no.
Ella creía en la inmortalidad, desde que ella me abandonó me gustaría creer también...
Ni que decir tiene la conformidad que siento con esas palabras. La eternidad es algo que no me ha importado nunca en relación con mi persona. Quizás he sido siempre algo resignado. Creo que mi balance vital ha resultado bastante pobre. Quizás salvo aquellos fantásticos años en que nos conocimos y empezamos a vivir juntos. Hasta que nació Pilar y te pudo la melancolía por la mala suerte, por esa niña encamada o ensillada. Más tarde vinieron los escoltas. Después la amenaza se cernía sobre ti. Tus depresiones duraban tanto que se anudaban unas con otras.
Pero te insisto: No estoy demasiado de acuerdo con lo que ha hecho de mí la vida. Especialmente ahora, cuando no puedo compartir mis cosas con nadie. Siempre habrá historias que no sé a quién contarlas. En ese sentido vuelvo a la situación más infeliz de mi niñez, de mi adolescencia o de mi juventud. Porque lo único cierto es que contigo he perdido la sonrisa, cualquier sombra de felicidad que me quedara. Y eso que tú ya no estabas para nada, pobre. Pero, despierta o dormida, dominada o no por esa horrible compañía en forma de botella, ahí te encontrabas tú, ahí estaba la única persona que me ha querido en el mundo con tanta generosidad que estaba dispuesta a irse definitivamente y así no molestarme.
La eternidad, la Virgen de Roncesvalles, es solamente la oportunidad de volver a verte. Por eso no creo que me importaría demasiado si hubiera sido el primero en decir adiós. Pero ahora, lo mismo que Gide, “me gustaría creer”, aunque no creo realmente.
Y la eternidad –siquiera algún fragmento de ella- son los sueños en los que tú apareces, esos tablones de luz que iluminan mi vida y me reconcilian con el asqueroso presente, siquiera sean unos instantes.
Un beso.
Querida Lorsen:
Como ya te he contado estoy terminando una de esas semanas malas. La decisión de asistir al concierto de Pablo Milanés me ha dejado curiosamente para el arrastre. Es verdad que, en ciertas ocasiones, la música opera unos efectos dramáticos sobre mí. Te lo dije, con ocasión de mi último viaje a Arrechea, con una canción de Neil Diamond. Y es verdad que ahora no pongo nunca música para leer o escribir. Pero no me imaginaba que todavía hoy las canciones que nos gustaban pudieran actuar como cuchillos.
Vuelvo entonces a André Gide, en la espera de que el próximo viaje a Florencia me permita recuperar el ánimo -¿será al contrario?, espero que no.
Ella creía en la inmortalidad, desde que ella me abandonó me gustaría creer también...
Ni que decir tiene la conformidad que siento con esas palabras. La eternidad es algo que no me ha importado nunca en relación con mi persona. Quizás he sido siempre algo resignado. Creo que mi balance vital ha resultado bastante pobre. Quizás salvo aquellos fantásticos años en que nos conocimos y empezamos a vivir juntos. Hasta que nació Pilar y te pudo la melancolía por la mala suerte, por esa niña encamada o ensillada. Más tarde vinieron los escoltas. Después la amenaza se cernía sobre ti. Tus depresiones duraban tanto que se anudaban unas con otras.
Pero te insisto: No estoy demasiado de acuerdo con lo que ha hecho de mí la vida. Especialmente ahora, cuando no puedo compartir mis cosas con nadie. Siempre habrá historias que no sé a quién contarlas. En ese sentido vuelvo a la situación más infeliz de mi niñez, de mi adolescencia o de mi juventud. Porque lo único cierto es que contigo he perdido la sonrisa, cualquier sombra de felicidad que me quedara. Y eso que tú ya no estabas para nada, pobre. Pero, despierta o dormida, dominada o no por esa horrible compañía en forma de botella, ahí te encontrabas tú, ahí estaba la única persona que me ha querido en el mundo con tanta generosidad que estaba dispuesta a irse definitivamente y así no molestarme.
La eternidad, la Virgen de Roncesvalles, es solamente la oportunidad de volver a verte. Por eso no creo que me importaría demasiado si hubiera sido el primero en decir adiós. Pero ahora, lo mismo que Gide, “me gustaría creer”, aunque no creo realmente.
Y la eternidad –siquiera algún fragmento de ella- son los sueños en los que tú apareces, esos tablones de luz que iluminan mi vida y me reconcilian con el asqueroso presente, siquiera sean unos instantes.
Un beso.
viernes, 2 de septiembre de 2011
Intercambio de solsticios (230)
Se trataba de una trampa. Y Cristino Romerales la percibió desde el primer momento: ellos, Cardidal y compañía, sabían perfectamente que tenían retenido a Bachat. ¿Dos horas? ¡Un siglo para decir lo que podían haberle contado desde el primer momento!
En rigor debería activar la segunda fase del plan de acción. Pero Romerales era muy consciente de la importancia que su presidente otorgaba a las formas. “Eso es lo que verdaderamente nos distingue de los demás, Cristino”, le decía Sánchez. Ese respeto que le impedía ahora poner alguna de sus tanquetas en los límites de Chamartín, con la orden conminatoria a sus autoridades de que liberaran con carácter inmediato a su jefe de policía.
Las formas… tan importantes en la política, siempre que fueran cumplidas por todos. De lo contrario, eso se parecería bastante a luchar contra una banda terrorista: ellos se aprovechan del Estado de Derecho, que también a ellos protege; en tanto que lo destruyen con sus atentados, secuestros y chantajes varios.
En eso consistía la grandeza de la democracia, paradójicamente, en sus propias debilidades; en su amparo por igual a todos los ciudadanos, incluso a quienes no creen en ella.
Romerales activó el “walkie-talkie” que había entregado a Vic Suarez:
- ¿Hola?
- ¿Qué tal Vic?
- Bueno… Jorge está tranquilo, ya sabes, relativamente. Pero yo estoy muy preocupada.
- Sí. Estamos en ello. Esta misma madrugada saldremos de dudas.
- Ya. Supongo que no me puedes decir nada más.
- No por este medio. ¿Está Jorge?
- Sí, dormitando, el pobre. Aún se resiente de la paliza que le han dado. Pero te lo paso.
Jorge Brassens cogió el “talkie” muy rápidamente.
- ¿Qué tal Cristino?
- Bueno. Veremos cómo transcurre la noche.
- ¿Necesitas ayuda?
- De momento no. ¿Cómo te encuentras?
- Dolorido, pero pasará. Los que no se irán tan fácilmente serán nuestros amigos…
- Estamos en ello.
- De acuerdo.
- Hay una cosa que me preocupa, Jorge.
- ¿Algo más?
- Sí, tu seguridad. Esta gente, me lo has dicho muchas veces, es implacable.
- Bueno. Nosotros no estamos en condiciones de movernos. Ni siquiera tenemos coche…
- Bien. deja que vea ese asunto. ¿Notáis control policial?
- Eso es seguro.
En rigor debería activar la segunda fase del plan de acción. Pero Romerales era muy consciente de la importancia que su presidente otorgaba a las formas. “Eso es lo que verdaderamente nos distingue de los demás, Cristino”, le decía Sánchez. Ese respeto que le impedía ahora poner alguna de sus tanquetas en los límites de Chamartín, con la orden conminatoria a sus autoridades de que liberaran con carácter inmediato a su jefe de policía.
Las formas… tan importantes en la política, siempre que fueran cumplidas por todos. De lo contrario, eso se parecería bastante a luchar contra una banda terrorista: ellos se aprovechan del Estado de Derecho, que también a ellos protege; en tanto que lo destruyen con sus atentados, secuestros y chantajes varios.
En eso consistía la grandeza de la democracia, paradójicamente, en sus propias debilidades; en su amparo por igual a todos los ciudadanos, incluso a quienes no creen en ella.
Romerales activó el “walkie-talkie” que había entregado a Vic Suarez:
- ¿Hola?
- ¿Qué tal Vic?
- Bueno… Jorge está tranquilo, ya sabes, relativamente. Pero yo estoy muy preocupada.
- Sí. Estamos en ello. Esta misma madrugada saldremos de dudas.
- Ya. Supongo que no me puedes decir nada más.
- No por este medio. ¿Está Jorge?
- Sí, dormitando, el pobre. Aún se resiente de la paliza que le han dado. Pero te lo paso.
Jorge Brassens cogió el “talkie” muy rápidamente.
- ¿Qué tal Cristino?
- Bueno. Veremos cómo transcurre la noche.
- ¿Necesitas ayuda?
- De momento no. ¿Cómo te encuentras?
- Dolorido, pero pasará. Los que no se irán tan fácilmente serán nuestros amigos…
- Estamos en ello.
- De acuerdo.
- Hay una cosa que me preocupa, Jorge.
- ¿Algo más?
- Sí, tu seguridad. Esta gente, me lo has dicho muchas veces, es implacable.
- Bueno. Nosotros no estamos en condiciones de movernos. Ni siquiera tenemos coche…
- Bien. deja que vea ese asunto. ¿Notáis control policial?
- Eso es seguro.
jueves, 1 de septiembre de 2011
Intercambio de solsticios (229)
- De modo que no pasaría mucho tiempo para que Raúl Jiménez, el hermano mayor –proseguía equis- llamara a su otro hermano. La cita con el detective estaba lista. Se reunirían en su despacho tres días más tarde. No te vayas a pensar que el sabueso –dijo equis introduciendo una especial parsimonia a su siguiente reflexión- era uno de esos que salen en las películas, los españoles son eso, españoles…
- Ya supongo –dijo Brassens esbozando una sonrisa. Seguramente que equis era bastante más peliculero que él en lo que tocaba a esa profesión.
- Bueno, pues Jaime Nogales era un sujeto valenciano, que tenía el acento profundo que tienen las gentes de esas tierras. Un tipo enjuto, más bien larguirucho que meditaba cada una de sus palabras. Yo creo… que más que valenciano podría ser catalán, porque parecía que todo lo que hacía costaba dinero.
- Pero supongo que un buen detective –inquirió Brassens.
- ¿Nogales? –preguntó equis como si no supiera que estaban hablando de él-. Bueno, yo no lo conozco, pero estoy convencido de que sí. Un buen profesional. Venía de la policía, de la que se había retirado a tiempo para no malvivir o corromperse, que son las dos únicas opciones que tienen los policías, especialmente la segunda, si son tipos listos. Se retiraba –repitió equis observando ahora significativamente a su interlocutor-, pero manteniendo todos sus buenos contactos con sus antiguos compañeros.
- Eso también sale en algunas películas… -objetaría Brassens irónico.
- Hay películas que están bien documentadas –concedió equis sin darse cuenta, al menos en apariencia, de la doble intención que había en las palabras de su amigo.
- Vale. Sigue –le animaba Jorge.
- El caso es que sentaban en la sala de reuniones principal de Raúl Jiménez, abarrotado de papeles, porque el socio de este acostumbraba salir de su despacho, contiguo a la sala, porque los documentos atiborraban ya el suyo. Es seguro que si tuvieran una segunda sala de reuniones, el socio de Raúl la ocuparía también.
El silencio de Brassens era más que expresivo: los prolegómenos de la escena se estaban dilatando en exceso.
- Después de las presentaciones, fue Leonardo quien, animado por su hermano mayor, daría comienzo a la narración. Volvería a la primera conversación: la habida con el primo de los Jiménez, Salvador de Vicente, su comentario con el otro primo “de Vicente”, Pablo, que le había puesto los pelos de punta…
- “¿Desconfiaba?”, le preguntó el detective.
- Más que eso. Yo creo que ocultaba algo, aseguraría Leonardo Jiménez.
- Supongo que es eso lo que queréis investigar, avanzó el detective.
- No. Queremos saber otra cosa, de momento, negaría Leonardo.
- Ya supongo –dijo Brassens esbozando una sonrisa. Seguramente que equis era bastante más peliculero que él en lo que tocaba a esa profesión.
- Bueno, pues Jaime Nogales era un sujeto valenciano, que tenía el acento profundo que tienen las gentes de esas tierras. Un tipo enjuto, más bien larguirucho que meditaba cada una de sus palabras. Yo creo… que más que valenciano podría ser catalán, porque parecía que todo lo que hacía costaba dinero.
- Pero supongo que un buen detective –inquirió Brassens.
- ¿Nogales? –preguntó equis como si no supiera que estaban hablando de él-. Bueno, yo no lo conozco, pero estoy convencido de que sí. Un buen profesional. Venía de la policía, de la que se había retirado a tiempo para no malvivir o corromperse, que son las dos únicas opciones que tienen los policías, especialmente la segunda, si son tipos listos. Se retiraba –repitió equis observando ahora significativamente a su interlocutor-, pero manteniendo todos sus buenos contactos con sus antiguos compañeros.
- Eso también sale en algunas películas… -objetaría Brassens irónico.
- Hay películas que están bien documentadas –concedió equis sin darse cuenta, al menos en apariencia, de la doble intención que había en las palabras de su amigo.
- Vale. Sigue –le animaba Jorge.
- El caso es que sentaban en la sala de reuniones principal de Raúl Jiménez, abarrotado de papeles, porque el socio de este acostumbraba salir de su despacho, contiguo a la sala, porque los documentos atiborraban ya el suyo. Es seguro que si tuvieran una segunda sala de reuniones, el socio de Raúl la ocuparía también.
El silencio de Brassens era más que expresivo: los prolegómenos de la escena se estaban dilatando en exceso.
- Después de las presentaciones, fue Leonardo quien, animado por su hermano mayor, daría comienzo a la narración. Volvería a la primera conversación: la habida con el primo de los Jiménez, Salvador de Vicente, su comentario con el otro primo “de Vicente”, Pablo, que le había puesto los pelos de punta…
- “¿Desconfiaba?”, le preguntó el detective.
- Más que eso. Yo creo que ocultaba algo, aseguraría Leonardo Jiménez.
- Supongo que es eso lo que queréis investigar, avanzó el detective.
- No. Queremos saber otra cosa, de momento, negaría Leonardo.
Suscribirse a:
Entradas (Atom)